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Matteo Speroni, Corriere della Sera, 20 Maggio 2020

... il risultato, come detto, è notevole, come la stessa copertina, gustosamente in bilico tra futurismo e suprematismo russo. Del resto Sanfilippo, sessant’anni compiuti a fine maggio («Contemporaneo» è un po’ un regalo che si è fatto), è stato adocchiato da quelli del Club Tenco già nel 1985, ma poi ci è tornato solo una volta, nel 1996, quando ha vinto la targa per la miglior opera prima (undici anni dopo...) con «Stile libero», dal titolo del brano già inciso da Mina per trovar posto in «Lochness». Dopo di allora, dalle parti del Tenco non si è più visto. Eppure ha inciso dischi notevoli (ne citiamo solo due: «I paroll che fann volà, nel 2004, tutto in milanese, e il recente «Boxe»), regolarmente snobbati dalla giuria che assegna le annuali targhe, per cui una volta tanto pubblico e critica (svilitasi col tempo, per altri aggiornatasi, ma «sono solo parole», per dirla con Noemi, che a differenza di Sanfilippo tutti conoscono) si son trovate d’accordo nel relegare in un angolo un cantautore fra i più importanti della generazione post-De Gregori, l’âge d’or «che mai più ritornerà» (e qui c’imbarchiamo in Casa bianca di Marisa Sannia). Uno che, in mezzo a tanto altro (anche libri), ha per esempio composto, ancora per Mina, l’inno del mundial brasiliano 2014. Sessantaquattro anni dopo il maracanaço siglato Schiaffino-Ghiggia.

 

Alberto Bazzurro - Musica Jazz, Agosto 2020

 

Ho sempre pensato che, prima o poi, dovrei stilare una lista di cose per cui valga la pena vivere, giusto per avere, in punto di morte, qualcosa a cui pensare, che mi faccia tentare di rimanere attaccato alla vita o, mal che vada, me la faccia lasciare serenamente. Sicuramente è una lista di cui farebbero parte molte cose che, per ragioni anagrafiche, non ho potuto vedere in prima persona, penso al gol di Van Basten nella finale di Euro ’88 o al riff di Mark Knopfler su “Lady Writer”. E penso ai Monty Python. Dei geni assoluti, che sicuramente in quel brutto e grigio tempo che è adesso verrebbero censurati ad ogni piè sospinto. Ah, i vecchi tabù che ritornano… 

Parlando dei Monty, qualche giorno fa pensavo a “Il senso della vita”, la scena in cui il grasso Creosote esplode, dopo un pranzo luculliano, per una mentina. Che sarà un po’ la nostra fine (o il nostro nuovo inizio, fate voi): prima o poi, a via di ingozzarci di musica di merda, esploderemo. Musica di merda fatta, sempre per rimanere in tema Monty Python da “artisti” che sono un po’ come i cavalieri di Artù de “I Monty Python e il Sacro Graal”, quelli che cavalcano senza neanche una scopa a fare da finto destriero, con dietro il corteo di sgangherati a far da rumore di zoccoli. Ecco, la situazione non è tanto dissimile. Anzi, è esattamente la medesima: gente improvvisata incapace di fare le cose che dovrebbe saper fare per mestiere (i cavalieri cavalcare, i musicisti quantomeno saper cantare), come improvvisati erano quegli sconnessi cavalieri della Tavola Rotonda. 

Però, dal momento che i miei articoli non sono spunti di autocommiserazione, o quantomeno non solo quello, c’è anche il perpetuo discorso che la buona musica esiste, e sta a noi saperla cercare/ consigliare. 

La buona musica è viva e lotta insieme a noi. Ci chiama forte e, soprattutto, suona contemporanea. 

Come “Contemporaneo” , di nome e di fatto, è il nuovo album di Claudio Sanfilippo.

Adesso io non dovrei dare mai nulla per scontato, dovrei sempre snocciolare la qualsiasi. Ma il fatto che uno come Claudio Sanfilippo non sia riconosciuto all’unanimità come l’enorme cantautore che è, francamente grida vendetta. Per cui non vi presenterò la sua biografia (vi dico solo che Mina ha inciso una sua canzone, “Stile Libero”, che ha collaborato con Finardi e che ha vinto la Targa Tenco come miglior opera prima nel ’96, adesso a voi trarre le debite conclusioni), anche perché credo che questa sua ultima uscita parli per lui. 

Detto questo, perché vi dico di ascoltare “Contemporaneo”, soprattutto in un periodo come questo? Intanto perché rientra, a mio umilissimo parere, nella già citata categoria degli album per tempi più lenti che Paolo Talanca ha mirabilmente creato. E’ un album che va gustato goccia a goccia, brano per brano. 

A partire dalla title track, una potentissima invettiva in salsa noir blues alla sporcizia del nostro tempo, al neoliberismo sfrenato. “E hanno bruciato anche il vocabolario, l’hanno sostituito col rosario/Del nuovo ordine della moneta confessionale/I testimoni dell’oscurità, dai loro pulpiti di taffetà/Pagati bene per il mestiere di giudicare”. Ma potrei parlare anche dalla bellezza abbagliante e commovente di “Teneramente dolorosamente”, un concentrato di poesia che ci ricorda quanto siano “Preziose le parole”. E se lo dice uno che le parole le usa così bene, beh… io mi fiderei. Anche perché da chi scrive cose come “sarà il profumo schiuso di un colore”, immagine meravigliosa, c’è solo da imparare. 

Così come spettacolari sono le tre opere di traduzione compiute con “Cielo del nord”, “Viandant” e “Oltre la montagna” , traduzioni (anzi, adattamenti) di Nick Drake, di un canto popolare inglese e di Bob Dylan. Chi, come il sottoscritto, adora follemente l’opera di Nick Drake, saprà riconoscere nell’adattamento di Sanfilippo la stessa straziante delicatezza propria dei brani di Drake, frutto di uno studio attento ed appassionato. Altrettanto attenta e commovente è la traduzione in milanese di “Wayfaring Stranger”, qui arrangiata in uno splendido duetto chitarra-mandola. Il pezzo di Dylan è uno dei tanti inni antimilitaristi scritti dal bardo di Duluth, che nella versione di Sanfilippo ha un organo spettacolare, che si sposa perfettamente con l’atmosfera stranamente calma e, per contrappasso, pacificante del pezzo. 

“Lo sguardo” è un incastro perfetto di musica e parole, cucite da una delle armonie più belle che mi è capitato di sentire negli ultimi tempi. Un’atmosfera quasi nebbiosa avvolge tutto il pezzo, come un lontano ricordo evanescente. Insomma, una meraviglia. Altra armonia delicatissima e raffinata è quella di “Le ragazze del lago” , ondivaga e languida come il lago che culla le ragazze. “Che cos’è la luna” è uno di quei testi che, se dovessi riprendere il progetto iniziale di fare l’insegnante, farei tranquillamente studiare ai miei alunni. E’ una poesia meravigliosa, ne cito un passaggio a conferma: “E io vi guardo mentre guido/Il nostro sogno rabdomante/Infine l’acqua troverà/Così la luna avrà uno specchio/Potrà vedere com’è bella/ In questa luce un po’ arancione/La prima stella spunterà.” Il tutto montato sopra un arpeggio delicatissimo, con una chitarra slide che ricama sopra dei contrappunti dilatatamente onirici. 

Questo di Claudio Sanfilippo è un album da ascoltare perché usa le parole, come detto, in modo incredibile, ci dipinge. “Monetine” va in questa direzione: è un insieme di quadri, un testo che riesce a rendere perfettamente visibile e concreta ogni immagine. A proposito di dipinti di immagini… è la prima volta che un milanese (seppur dalle chiare origini siciliane) riesce a farmi sentire così bene, così nitidamente tutti i profumi della mia terra. Lo fa in “Suruq”, che, dall’arabo, è diventato il nostro “Scirocco”, brano che, come la title track, vede la partecipazione alla voce di Emma, che di Claudio Sanfilippo è la figlia, e che è la vera scoperta dell’album. Anche qua ci sono dei versi dalla bellezza abbagliante, come “In questo labirinto/diamanti e fuggitivi/la luna è sopra il tetto e i sogni sono vivi/per tutto ciò che è vero, e al sole non si vede/l’arte di regalare misteri a chi non crede” . 

Gli ultimi tre pezzi ci fanno decollare verso un comune luogo “fisico”, ma con tre diverse nuance stilistiche. Si vola verso il Sud America, quello nel pallone raccontato dalla poesia di Osvaldo Soriano, con “El Pepe” , dedicata a Juan Schiaffino, quello che fece piangere il Brasile ai Mondiali del ’50, brano dalle sonorità mariachi e con uno sghembo slang lombardosudamericano. Poi c’è “Angelina”, brano che farebbe un figurone nella discografia di Paolo Conte, per armonie, parole ed arrangiamenti. E’ immaginifica come le canzoni del grande Maestro astigiano, un verso come “alla fine lasciò dire a un bacio piano, che si amavano” è un capolavoro di poeticità e visionarietà letteraria. In ultimo c’è il ritmo bossanoveggiante di “Vino buono”, ennesimo tocco di classe ed immaginazione poetica: quell’ “aria fresca ed umida di pioggia” del ritornello è perfettamente ricreato dalla sezione ritmica, percussioni e contrabbasso, che letteralmente piove sul pezzo. 

Insomma, “Contemporaneo” è un album che è come quei libri che profumano di buono. E’ pieno di odori, di colori, di sensazioni, di poesia, di eleganza e di delicatezza. E’ un album di cui si avvertiva un gran bisogno, riconcilia con la musica italiana e, soprattutto, convince gli highlander della canzone d’autore ad andare avanti, sia nella ricerca che nella divulgazione: in chi ascolta davvero la musica, prima ancora di amarla, ci sarà sempre posto per album del genere, perché sono pietre preziose, lavori talmente puri che vanno davvero assaporati ad ogni boccone ed in ogni loro sfaccettatura. 

 

Giuseppe Provenzano - Extra! Music Mag., 24 Maggio 2020

 

 

Claudio Sanfilippo è un cantautore che avrebbe meritato di più dal pubblico ed è un bel dire che così, restando ai margini del grande è rimasto “puro”, perchè così troppi non hanno mai goduto della profondità della sua voce, del lirismo dei suoi testi e di musiche che profumano di Francia, ma anche di Milano in bianco e nero, di vicoli e ringhiere. In “Boxe”, il suo ultimo, bellissimo album pubblicato da Appaloosa/MRM Records, c’è tutto questo, ma c’è anche una metafora sportiva che vede Sanfilippo come un pugile suonante (sicuramente non suonato), che mira quattordici fendenti al cuore dell’ascoltatore: alla fine, quando sarebbe il momento del quindicesimo, decisivo round, ci si ritrova ko, mandati al tappeto dalla grazia sublime di “Grandi comici”, di “Prigioniero”, della poesia de “Gli occhi degli animali”, dal viaggio interiore de “La terra che c’è in me”. Se occorrono riferimenti... chi ama Piero Ciampi, Vinicio Capossela, Paolo e Giorgio Conte, Gianmaria Testa, sappia che nel ring di “Boxe” c’è grande, grandissima musica di quella corrente.

 

Alessio Brunialti - LA PROVINCIA DI COMO, 29 Febbraio 2020

 

 

 

 

Non c’era al Tenco, dove manca da troppi anni, Claudio Sanfilippo, però presente nell’omaggio a Siviero, e soprattutto in pista col suo ultimo album, Boxe (MRM/IRD), intimo ed elegante, voce e chitarra acustica, molto domestico, come il milanese sa essere, magistralmente. Disco raro e prezioso, indiscutibile massaggio per l’anima.

 

Alberto Bazzurro - MUSICA JAZZ, Febbraio 2020

 

 

 

Sogno e chimera di ogni cantautore, i ricordi sfuggono da ogni definizione dotata di contenuto: sono momenti, aforismi e poesie da raccontare. Composto come un corollario di racconti sparsi, "Fotosensibile" è un insieme di momenti dotati di significato autonomo, vaste e diffuse come sfumature della notte. Canzoni che descrivono le varie sfumature dell'immenso, vedono il mare nella sua profonda e scoraggiante estensione, afferrano e plasmano le particelle della memoria, scorrono come onde senza essere stridenti, eliminano ogni discontinuità. Claudio Sanfilippo unisce riferimenti e modelli con una disinvoltura figlia dell'esperienza: dalla bossanova di "Ester" al cantautorato puro di "Lo Sguardo", De Andrè e Vinicius de Moraes, visioni dalle spiagge di Bahia e dai moli di Genova, miscellanee di odori e viaggi nella musica. Dopo tre quarti d'ora di autentica esplorazione nelle grotte del potere evocativo della poesia, "Parole crociate" si presenta come un capolinea, un ingorgo di epoche e costume, tra (il mai troppo ricordato) Piero Ciampi e Gainsbourg, delinea codici propri di una tradizione compositiva spesso dimenticata dall'indie nostrana, parte essenziale della nostra cultura musicale. Un album da gustare e contemplare come un bicchiere di vino.

 

Giovanni Continanza – ROCKIT, 2009

 

 

 

Il nuovo album del cantautore milanese colpisce per delicatezza e gusto estetico. Dopo qualche divagazione tra l'amato Brasile e l'ancor più amata Milano (I Paroll che Fann Volà), "Sanfi" torna a navigare le acque a lui più famigliari: quelle della classica canzone d'autore. E così, accompagnato dall'ottimo Rinaldo Donati (arrangiatore e produttore dell'album) scrive una dozzina di brani pieni di intimità e poesia. Ascoltate "Pandora", delicata dichiarazione d'amore per il mare ma anche fuga poetica verso una dimensione fantastica: gli arrangiamenti alla Ry Cooder, la soffice melodia e il testo ispirato danno subito il tono dell'album. Ascoltare le canzoni di Sanfi, infatti, è come guardare i suoi acquarelli: non bisogna avere fretta, non si deve essere alla ricerca di forti emozioni nè, per forza, pretenderne una lettura immediata. Il clima onirico, i testi poetici, le affascinanti melodie devono arrivare in modo naturale. E così, oltre ad apprezzarle per la loro autenticità, possono dare persino maggiori emozioni con lo scorrere degli ascolti. Vale per la seducente "Agosto" o per la divertente "Parole Crociate". E se "Lo Sguardo" ricorda la lezione degli chansonnier francesi la title track è una interessante sintesi di vecchia scuola e nuovi suoni. Confezionato in un package lussuoso (con tanto di dvd allegato in cui Sanfi si racconta dal pozzetto di una barca a vela), FOTOSENSIBILE è un lavoro da consigliare a tutti i cultori di musica di qualità.

 

Ezio Guaitamacchi - JAM, 2009

 

 

                               

A dispetto di una targa Tenco ottenuta nel ’96 per “Stile Libero”, il suo album d’esordio, i crediti maggiori Claudio Sanfilippo li ha guadagnati forse per le interpretazioni che delle sue canzoni hanno offerto tra gli altri Mina, Eugenio Finardi e Cristiano De Andrè. E dire che il suo modo di essere cantautore è tutto tranne che pedissequo ai canoni più fortunati della canzone italiana. Eclettico e disincantato vien piuttosto da definirlo, ovvero elegante, forbito, e permeabile a seduzioni pop quanto basta a fargli mettere la giusta distanza tra sé e la maggior parte di discepoli di questo o quel “maestro nazionale”. Oggi a quelle doti va aggiunta anche una spiccata “fotosensibilità”. Diremmo soprattutto ai colori della bossanova. E per apprezzarla ancora meglio, nel pacchetto c’è anche un dvd.

 

Elio Bussolino – ROCKERILLA, 2009

 

 

 

Sogno e chimera di ogni cantautore, i ricordi sfuggono da ogni definizione dotata di contenuto: sono momenti, aforismi e poesie da raccontare. Composto come un corollario di racconti sparsi, "Fotosensibile" è un insieme di momenti dotati di significato autonomo, vaste e diffuse come sfumature della notte. Canzoni che descrivono le varie sfumature dell'immenso, vedono il mare nella sua profonda e scoraggiante estensione, afferrano e plasmano le particelle della memoria, scorrono come onde senza essere stridenti, eliminano ogni discontinuità. Claudio Sanfilippo unisce riferimenti e modelli con una disinvoltura figlia dell'esperienza: dalla bossanova di "Ester" al cantautorato puro di "Lo Sguardo", De Andrè e Vinicius de Moraes, visioni dalle spiagge di Bahia e dai moli di Genova, miscellanee di odori e viaggi nella musica. Dopo tre quarti d'ora di autentica esplorazione nelle grotte del potere evocativo della poesia, "Parole crociate" si presenta come un capolinea, un ingorgo di epoche e costume, tra (il mai troppo ricordato) Piero Ciampi e Gainsbourg, delinea codici propri di una tradizione compositiva spesso dimenticata dall'indie nostrana, parte essenziale della nostra cultura musicale. Un album da gustare e contemplare come un bicchiere di vino.

 

Giovanni Continanza – ROCKIT, 2009

 

 

 

Il nuovo album del cantautore milanese colpisce per delicatezza e gusto estetico. Dopo qualche divagazione tra l'amato Brasile e l'ancor più amata Milano (I Paroll che Fann Volà), "Sanfi" torna a navigare le acque a lui più famigliari: quelle della classica canzone d'autore. E così, accompagnato dall'ottimo Rinaldo Donati (arrangiatore e produttore dell'album) scrive una dozzina di brani pieni di intimità e poesia. Ascoltate "Pandora", delicata dichiarazione d'amore per il mare ma anche fuga poetica verso una dimensione fantastica: gli arrangiamenti alla Ry Cooder, la soffice melodia e il testo ispirato danno subito il tono dell'album. Ascoltare le canzoni di Sanfi, infatti, è come guardare i suoi acquarelli: non bisogna avere fretta, non si deve essere alla ricerca di forti emozioni nè, per forza, pretenderne una lettura immediata. Il clima onirico, i testi poetici, le affascinanti melodie devono arrivare in modo naturale. E così, oltre ad apprezzarle per la loro autenticità, possono dare persino maggiori emozioni con lo scorrere degli ascolti. Vale per la seducente "Agosto" o per la divertente "Parole Crociate". E se "Lo Sguardo" ricorda la lezione degli chansonnier francesi la title track è una interessante sintesi di vecchia scuola e nuovi suoni. Confezionato in un package lussuoso (con tanto di dvd allegato in cui Sanfi si racconta dal pozzetto di una barca a vela), FOTOSENSIBILE è un lavoro da consigliare a tutti i cultori di musica di qualità.

 

Ezio Guaitamacchi - JAM, 2009

 

            

                                             

Spesso il dvd allegato al disco è un semplice accessorio a corredo. Non è il caso di "Nel bere nel mare", bel filmato che accompagna l'album "Fotosensibile" di Claudio Sanfilippo, che contiene una frase del cantautore che non può lasciare indifferenti: «Scrivere canzoni è una maniera interessante di non subire il Mondo, è un modo per trovare un punto dove ci si può salvare». E le canzoni di Sanfilippo non tradiscono gli intenti, rappresentando per chi le ascolta - almeno per i loro 45 minuti di durata - un luogo di salvezza. Canzoni mature, coerenti, rivolte a un pubblico voglioso di assaporare con calma il gusto inebriante delle cose che nascono dal cuore, incontaminate, lontane anni luce dai fast food cantautorali che solitamente ci vengono rifilati come musica d'autore.

 

Roberto Paviglianiti - www.kronic.it

 

 

 

“Fotosensibile” è l’ennesima manifestazione di uno stile elegante e mai banale, sospeso tra atmosfere che si fanno sofisticate senza mai diventare leziose, rimandando in parte a certa canzone americana (James Taylor tra i riferimenti storicamente dichiarati dal Nostro) e in parte a coloriture sudamericane targate Veloso e Chico Buarqe e una schietta poetica del quotidiano. Con l’apice nella cristallina “Rispetto e amore”, il disco scorre piacevolmente, facendoci sorvolare su qualche forzatura “tecnologica”, non sempre necessaria a parere di chi scrive visto il carattere positivamente “demodé” della scrittura. A completare l’uscita, un DVD che racconta la genesi del disco: in questo caso il possibile effetto autocelebrativo insito in un’operazione del genere è sventato dalla grande umiltà e dal sense of humour del soggetto, che si racconta e mostra in divenire le proprie creazioni.

 

Alessandro Besselva Averame - FUORI DAL MUCCHIO

 

 

 

A me piacciono quelli che pagano i debiti, anche affettivi, senza che nessuno vada a sollecitarli. Quello che lo fanno così, solo per amore. E quindi mi piace Claudio Sanfilippo per questa canzone, Senzabrera, che richiama una presenza calcolandola sull'assenza. A quasi dodici anni dalla morte di Gbfc, l'ex ragazzo che beveva i suoi pezzi, pur essendo milanista e riveriano, s'è messo in un angolo con la chitarra e ha raccontato, in settenari doppi e in dialetto (ci vuole un bel coraggio) la storia di una bandiera che sventola di notte. Un bel coraggio, fuori dalle parentesi, ci vuole anche a incidere un cd tutto in milanese. In cui, da breriano doc, Sanfilippo in un'altra canzone s'ispira all'avocatt Eberardo Pavesi, cresciuto in riva al Redefossi, ciclista dei tempi eroici. La vita di Pavesi aveva ispirato un libro al giovane Brera, Addio Bicicletta (ma il titolo previsto era L'avocatt in bicicletta). Sanfilippo, per la verità, mi piaceva già nel '96 quando lo vidi a Sanremo sul palcoscenico del Club Tenco. Mi fece l'impressione di un cantautore onnivoro e appartato, molto discreto, con parentele francesi più che nordamericane. Ben mi sta, perchè adesso fa in milanese anche una canzone di Tom Waits, ma qui il coraggio è relativo perchè è notorio che il milanese nelle traduzioni va come una lippa: l'ha magistralmente dimostrato Nanni Svampa con Brassens.

In questo cd, fortemente atipico per i gusti dominanti, e, fosse solo per questo (ma non è solo per questo) da me più apprezzato, non si ritrova la Milano di una volta ma quella di oggi e di ieri, di quando “el veder” voleva dire finestrino (anche del treno). Storie nè di centro nè di periferia, di gente che fa tardi fumando e bevendo e ogni tanto sogna parole che fanno volare (ricordate Zavattini ?). Scrivo in giorni di Olimpiadi e garantisco che non è facile cantare un cantore. la parola si gonfia come il muscolo, avrebbe ammonito Gbfc con un endecasillabo non so quanto volontario, e avrebbe apprezzato la finezza di un aggettivo, “tabacchent”, che non si sentiva da anni. Senzabrera ha parole che non si gonfiano. Scorrono piane e quiete, pulite. Si possono tenere in mano e soppesare, buone al tatto come i ciottoli di fiume, prima di farli rimbalzare. Si possono bere, con una certa lentezza, come un rosso di rispetto. E si possono ascoltare, naturalmente, con animo da Senzabrera. E' una parola che ho coniato perchè anch'io avevo dei debiti da saldare, e mi fa piacere che sia servita a qualcosa. Ci sono canzoni-conchiglia, e questa è una. Per il resto, scomodando Prévert senza tradurlo, le jardin reste ouvert pour ceux qui l'ont aimé.

 

Gianni Mura - Repubblica, 2005

 

 

 

"I più fortunati lo conoscono da quasi vent'anni, da quel 1985 in cui il Tenco lo invitò per la prima volta. Altri lo hanno scoperto undici anni dopo allorchè Stile Libero fu eletto opera prima dell'anno. Altri ancora se lo son ritrovato tra gli autori di Mina, Bertoli, Finardi. Sia come sia, Claudio Sanfilippo si ripresenta oggi - dopo un secondo album, Isole Nella Corrente, del '99 - con un lavoro tutto in milanese..... ovunque il disco colpisce per il buon gusto, la misura, la capacità di dire tanto con poco, di arrivare al destinatario senza proclami nè colpi ad effetto, senza un'oncia di retorico o pleonastico. Non mancano certi afrori bossanoveggianti, sempre cari a Sanfilippo, e più in generale regna un senso di lievità che non è mai leggerezza. I momenti migliori ? Di primo acchito citeremmo il trittico iniziale e poi il dittico su Brera, La Lùs, delicata e preziosa (da una poesia di Franco Loi), e Rosada. Ma ogni piega del cd sa regalarci qualcosa che val la pena di gustare, di sorseggiare a fior di labbra".

 

Alberto Bazzurro - L'ISOLA CHE NON C'ERA, 2005

 

 

                                                           

Elogio della lentezza. Il primo disco nove anni fa (e si beccò subito la Targa Tenco come miglior esordiente). Il secondo cinque e il terzo tra pochi giorni. E non è pigrizia quella di Claudio Sanfilippo. E' voglia di riflettere, di curare ogni dettaglio pur di arrivare a creare un'atmosfera. Quasi anche meteorologica: tutto intorno a chi ascolta "I Paroll Che Fann Volà", canzone dopo canzone, pare scendere la nebbia (Scighéra, come la canzone che chiude il tutto), a ovattare, a sfumare i confini, a dare qualche brivido.

 

Luigi Bolognini - La Repubblica, 2005

 

 

 

Qualche anno fa un suo album, Stile Libero (non tutto attaccato come poi ha fatto Ramazzotti: due parole, evviva il copyright!) ha vinto il Premio Tenco Opera Prima, a pieno merito. Ci sono canzoni delicate, molto belle, suonate benissimo da alcuni fra i migliori strumentisti in circolazione, cantate altrettanto bene, il suono è perfetto. Sanfilippo ama James Taylor e Caetano Veloso, e rielabora in modo originale e autonomo quel tipo di intelligenza e raffinatezza. 

 

Franco Fabbri - l'Unità, 2000

 

 

 

Tre dischi in dieci anni non sono molti. Ma a Claudio Sanfilippo la musica piace farla al proprio ritmo. E come confermano queste 15 ballate cantate in milanese, il cantautore ha il passo leggero di chi ama addentrarsi nella vita di tutti i giorni (Avril) con parole gentili e una chitarra come unico (o quasi) accompagnamento. E quando Nanni Svampa duetta con lui in I Tosànn de Porta Tosa, più che un battesimo si ascolta un passaggio di testimone.

 

Emiliano Coraretti – “Musica!” di Repubblica, 2005

 

 

 

Se fosse stato cantato in napoletano, tutti gli avrebbero dedicato articoli e copertine a non finire. Ma siccome è scritto e cantato in milanese, si rischia di considerarlo un prodotto "di nicchia". A pubblicarlo - dopo due anni di fatica e di troppe promesse non mantenute - è Claudio Sanfilippo. Un artista innamorato del jazz, del fado e della bossa nova. Uno cresciuto con James Taylor e Chico Buarque. Con John Martyn, Nick Drake e Stan Getz, ma anche con le parole di Gianni Brera (al quale ha dedicato la bella Senzabrera) e le poesie di Franco Loi (una è diventata La Lüs). ... a rendere questo lavoro il simbolo del 2004 sono soprattutto tre caratteristiche: è stato realizzato con pochi mezzi e con fatica (perchè ormai la vera musica è come i grandi prodotti artigianali: la fanno i piccoli e bisogna andarsela a cercare fuori dai soliti giri); tutta la struttura musicale del disco sta in piedi grazie ad uno stile unico (atmosfere milanesi condite con quelle americane, col fado e la bossa nova) e ad una serie di trovate (come una pompa di bicicletta o la preparazione di un caffè) che ci ricordano che idee e poesia valgono ancora. Infine, è un album in dialetto che solo per colpa della nostra miopia culturale e di certe esagerazioni politiche non viene preso in considerazione come faremmo con uno dei tanti lavori di cui magari non capiamo subito i testi. Così ci perdiamo - anzi, vi perdete - un album che davvero fa volare.

 

Gigio Rancilio - L'Avvenire, 2005

 

 

 

Le parole fanno volare. La certezza viene dal piccolo capolavoro discografico di Claudio Sanfilippo interamente in milanese (il titolo, appunto, I paròll che fann volà). A cominciare da uno dei pezzi più emblematici che contiene: La lüs, il cui titolo non è una curiosa coincidenza con l'incipit di una poesia di Franco Loi da Ismàn, bensì la messa in musica di quella stessa poesia. 

Mirabile, come sempre del resto, l'arrangiamento di Rinaldo Donati, che intreccia (e strania) la chitarra classica con quelle elettriche, conferendo alla luce che piove addosso (se guardi il cielo, guardi nel cuore la vita) la piccola complicità dell'aria e del niente col respiro ampio e piano del fraseggio. 

Il viaggio sonoro milanese di Sanfi, del resto, ce ne offre la più certa delle conferme: un disco sereno, innamorato, come quando in un minuto e poco più ci viene regalata una bossanova che non si fa scordare più (vigliacco, Sanfi: quando ci rendiamo conto di essere nel Brasile di risaia, il brano è già finito, lui ha già smusato un verso sull'accordo finale, non c'è spazio per il relax, si deve andare avanti). 

Così il viaggio prosegue, per le strade di Gianni Brera - vera icona dell'intero progetto - così come lungo i ricordi d'infanzia e giovanili, anime che ho già incontrato nei versi di Claudio: lui è in simbiosi, con Milano. Così tanto che ci si sente un po' lombardi anche noi. E appaiono, lungo le corde morbide e vinose della sua chitarra, gli scorci di scighèra (la sua nebbia), aneddoti formidabili (che grande narratore che è Sanfi, attraverso la poesia e la musica!), affetti e solitudini. Sì, ci sono parole che fanno volare: purché siano piene di vene, purché in esse scorra il sangue di un'esperienza, per quanto minuscola. Quella di Claudio è molto di più: da una parte, egoisticamente, mi viene da dire che per fortuna non se ne sono ancora accorti in molti. La piccola fiamma di questo gioiello non può spegnerla niente e nessuno. La cronaca macinerà come sempre quegli ennesimi cloni. La storia conserverà queste note. Per me I paròll che fan volà è già una bandiera.

 

Filippo Davoli - Sottosuoni, 2005

 

 

 

"Il risultato, oltre che tredici composizioni dalla struttura solida e convincente, è un pathos emotivo che va dal suono roots americano di certi momenti al folk inglese per chiudersi e racchiudere il meglio di sé nelle inflessioni latine rivisitate".

 

Rockerilla, 2000

 

 

 

"... Questo illustre curriculum non viene smentito dalla nuova realizzazione, che regala canzoni delicate e raffinate sorrette da una classe non indifferente e dal desiderio di raccontare di sogni, di viaggi immaginari e profondo scambio di calore umano ... ".

 

Il Mucchio Selvaggio, 2000

 

 

 

Certo che di suggestioni alte, culturali e intellettuali Claudio Sanfilippo ne sparge molte nelle tredici canzoni di questo album, Isole Nella Corrente, che rispolvera la tradizione più nobile della canzone d'autore italiana. Tra De Andrè, Conte e Fossati, per dire alcuni nomi importanti con i quali Sanfilippo si può facilmente raccordare. Offerti con voce calda, questi tredici appunti di viaggio sono bandierine poste sull'atlante dei sentimenti in chiaroscuro. Piacevolissimo.

 

Antonio Orlando - Musica & Dischi, 2000

 

 

 

"... lontano anni luce dai trend della cosiddetta 'nuova' scena musicale italiana, Sanfilippo è l'ultimo depositario della grande scuola cantautorale 'ostinatamente' italiana, quella , per intenderci, che faceva capo a De André."

 

Paolo Vites – Jam, 2000

 

 

 

"Ci sono novità e movimenti nel campo della canzone d'autore italiana. Un'avvisaglia di questi fermenti si può cogliere già stasera con l'anteprima dell'album di Claudio Sanfilippo...che predilige toni delicati, atmosfere raffinate, composizioni scritte in punta di penna..."

 

Enzo Gentile - La Repubblica, 2000

 

 

 

Il terreno della canzone d'autore italiana non è più vergine. Le grandi canzoni sono state cantate e i grandi dischi sono stati scritti, regalando ad autori come De Gregori, Guccini, Fossati e De Andrè gloria nei tempi e un bagaglio di esperienze e di stile non indifferente. Non è facile, insomma, ritagliarsi uno spazio proprio, con un pugno di canzoni originali che non facciano il verso ai Grandi, né si immettano nell'ormai trafficata strada della contaminazione. Claudio Sanfilippo e il suo Stile Libero ci fanno ben sperare perché possa nascere, se non una nuova, valida generazione di cantautori, almeno qualche ottimo singolo elemento... Stile Libero è un disco splendidamente fuori moda. Un disco che rifugge rumore e frenesia e trova rifugio in un mondo in cui le sfumature, i particolari, i dettagli sono ancora fondamentali.

 

Claudio Todesco - JAM, 1996

 

 

 

Esordio di classe per questo nuovo cantautore italiano, i cui credits finora lo segnalano solo per il brano Stile Libero, che dà il titolo alla raccolta. Con l'aiuto di ospiti di prestigio come Rossana Casale e Eugenio Finardi snocciola una dopo l'altra le sue grandi passioni musicali, dalla musica brasiliana alle melanconiche atmosfere di certe ballate di Jannacci.

 

Il Manifesto, 1996

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