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L'incontro con Claudio è avvenuto sul deserto della poesia. E nessun luogo poteva essere più adatto. In un certo senso, ho incontrato Claudio fra le dune. All'arrivo della primavera, più o meno tre anni fa, l'amico e poeta Gianni Priano segnalava a Claudio, con cui era in corrispondenza, il mio blog di poesia. Da lì si era fatto strada (complice il blackberry), un messaggio garbato di Claudio che commentava con gentile interesse la visita fatta alle mie pagine in rete. Nel semisonno di un pomeriggio ho risposto, un po' vaga e affrettatta, chiedendo di sapere qualcosa di lui. E Claudio ha ribattuto, con quella che è la sua caratteristica di fondo, quello splendido understatement che lo contraddistingue, dicendo di sè che qualcosa di suo potevo leggere e ascoltare sul suo sito personale. E' cominciata da lì, dalla mia immediatezza indaco e scontrosa, e dalla sua eleganza antica di milanese contaminato a sud, una amicizia che si è costruita, passo passo, su un ascolto reciproco (artistico e personale) per me prezioso e straordinario.

Claudio Sanfilippo ha due note fondamentali, oserei dire due sensi in più (il sesto e il settimo). Il sesto senso deriva dalla sua storia: Claudio è attento, innamorato e desiderante. E' un rosso e un indaco alla tavolozza terrestre, posati con sapienza. Ad acquarello. Claudio si accosta, ascolta e poi rimanda, e determina alchimie. Scrive la storia come si fa da secoli, scoprendo le radici e andando al fondo. Ogni suo testo è biografia priva di errori, un unico passaggio su un tratto di esistenza. Ha quella che potremmo definire una tendenza alchemica applicata alla storia minore. Sono, le sue, delle dimore narrate, dove ogni presenza ed ogni ingresso hanno significato, e dove, esattamente e ostinatamente, musica e testo tengono fuori tutto il resto. In qualche modo, ci si dimentica del mondo quando si è lì e si ascolta. E sono isole nella corrente. E' un onore viaggiarle con lui.

Il settimo senso che abita Claudio è invece la cinestesia (qualcosa che ha a che fare con l' empatia, ma con una venatura primaria molto più intensa). Le sue sonorità stillano acqua e muovono vento, se ascolti tocchi e sei limitrofo, di pelle, a un'esperienza sensiorale multipiano. Sei tu che scendi verticale, eppure questo accade su di un piano che ti mantiene integro e immerso. In qualche modo tu ti muovi e un po' ti perdi ma con agio, e vedi anche di notte la sua lùs. Come bendato da una mano fida, potenzi il tatto, l'udito e tutti i sensi a un tintinnio di passo.

Nelle parole c'è linguaggio antico e nuovo, il milanese con quella sua dolcezza sfinita e malinconica, l'uso sapiente dei versi dei poeti che attraversa e che compone, l'amorevole cura delle sue passioni per la parola anche dell'altro (penso a Franco Loi, penso a Filippo Davoli con il quale duetta, a volte, in strordinaria immediatezza).

Ma soprattutto c'è un pudore. Un pudore che non vuoi esattamente definire, che molto si avvicina a quello sguardo che chiamiamo della prima volta. La prima volta di ogni sguardo sulle cose, su quelle mai emerse, quelle che vogliamo sian sottratte ai giorni.

Un alchimista cinestesico, questo è Claudio, col suo materico immateriale, prezioso ed intoccabile. Una sommatoria di fragilità e potenze, le prime intrinseche a una timidezza che si stempera nell'esperienza del cercare, le seconde connaturate a una solidità tecnica e di ricerca non comuni.

Un amico carissimo, che trasforma in canto persino il diradare della mente e della terra, all'ora in cui si sorge e si tramonta.

Nerina Garofalo

http://dirtyinbirdland.splinder.com

http://indigosproject.wordpress.com



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Tra noi va così da trent’anni: insieme a queste tue canzoni “oneste e sincere”, con dentro l’odore di ragazzo, di una “falsa Ovation” con il manico consumato – interni di automobile bottiglie strette tra le ginocchia naturalmente sigarette tra le dita – libri dischi films – taglieri coltelli salami donne – noccioli di uranio nella pancia – muri di case ponti di barche. Musica – la tua musica e le tue parole – un’emanazione dell’anima mischiata col fumo e l’adrenalina, concerti dal vivo, vino e whisky, i divani dei salotti e alla fine un condensato di vita nella musica – condensato come un latte spesso, pesante, dolce.

Parlano di te le tue canzoni, le sensazioni viaggiano nell’aria satura e ogni giorno è assolutamente diverso, e ogni volta è una nuova avventura. Partire come un lungo assolo che va avanti – il resto della vita davanti – per continuare a scrivere poesie e racconti e musica, e a bere vino, distillando da quello che si riesce ad agguantare intorno il carburante magico per un cuore-cervello da 16.000 giri.

Marco de Amici – Comandante S.V. Pandora

www.schoonerpandora.com



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Piove dentro Milano, con la pioggia che se potesse gratterebbe il salnitro dai muri delle scale vecchie. Partire da qui come Jacques Brel dal Belgio, nazione di ciclisti da corse di un giorno, per andare verso ipotetiche isole del Sud. La geografia è illusoria, la stanchezza delle membra trova redenzione nei suoni d’alba di una canzone: la Festa Mobile, invece, secondo un Hemingway viaggiatore scrupoloso nel cavare da ogni esperienza materia di scrittura, è Parigi. Ma è anche, se magari chiudi gli occhi sdraiato nell’acqua della vasca da bagno, arrivare nottetempo in una città immaginaria come luogo d’avventura. Ci arrivi avendo nelle orecchie l’indolenza di chitarre pernambucane fatte della stessa lega con cui si fabbricavano le sidelle.
Dici Amazzonia e la periferia Sud Est diventa pluviale. Cìè poi questa canzone che già dai primi accordi è intrisa di viaggio. Viaggio da diporto, spostamento di piccolo cabotaggio. Alzarsi presto la mattina come pronti per le faccende di ogni giorno e invece, fosse pure con una borsa da calcio “cont dènter quàtter robb”, partire.
E la musica è di strada bianca che alza la polvere degli arrivederci. “Milano che non sa portarti via”. Dentro, un nome di jazzista che però era anche un cantante con la voce flebile da far ascoltare alla ragazza diletta in una di quelle sere di romanticheria nella quale le stelle saltano fuori nella notte “come il settebello dal mazzo”. Ma qui non c’è solo un jazzista zovene e bello prima che la vita lo facesse diventare brutto (sdentato come un marinaio d’altri tempi con lo scorbuto), qui c’è la barca che naviga di notte, c’è l’acqua del mare che sciacqua contro lo scafo. Infine una canzone che comincia con la neve e il fango. Anche se è alto inverno, la neve e il fango significano disgelo. Vien da pensare che le scorze di ghiaccio si spaccano come vetro dentro alle buche degli orti. L’altra chitarra è una macchina elettrica al lavoro su finali d’opera. Voci di cortile s’inseguono, le parole entrano in stazione, c’è il rumore progressivo di un treno aggiogato alla vaporiera che trasporta “merci e passeggeri”, con la sola forza del vapore dentro la pancia d’acciaio.
…son belle canzoni, canzoni che viene da doppiare cantando nella solitudine dell’abitacolo, nella Milano serale delle destinazioni inderogabili. Uno stato d’animo nel quale ti pare di essere il viaggiatore prototipo di tutti i viaggiatori. E il mondo, quello che ti scorre fuori dal finestrino, è lì apposta a farti da palcoscenico.

Damiano Zerneri

www.strindberg.livejournal.com