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Nel Sangh Che Rusa'l Vent

Claudio Sanfilippo

Nel sangh che rüsa’l vént - PICCOLA BIBLIOTECA DI CIMINIERA

Claudio Sanfilippo: un milanese di risaia. Forse perchè in questi ultimi decenni le risaie sono arrivate molto vicine alla metropoli, e contemporaneamente molti milanesi sono andati a vivere fuori dalla Milano caotica. Leggendo le sue poesie "buttate giù in un mese d'estate", ti arriva addosso prepotentemente una voglia di natura e un piacere di viverla a Siziano, a pochi chilometri da Milano fra le risaie e gli aironi. Così come le sue canzoni da cittadino cresciuto a Città Studi ti commuovono per la ricerca di una dimensione e un linguaggio capace di cantare ancora una città soffocante. E lo dice subito in apertura di questa raccolta: "A scriv in milanès me par de vess forést ..." Tenerezza quando parla dei suoi bambini, dei genitori pasticceri, della moglie, degli amici, o chiede disperatamente alla nonna di dirgli qualcosa in milanese. E, sempre o quasi, una asmatica voglia di vento: dalla canzone "I Paroll Che Fann Volà", a questa raccolta di poesie "Nel Sangh Che Rusa'l Vent". Mi torna in mente all'improvviso mia figlia bambina che credeva che il vento fosse provocato dal movimento degli alberi …

Nanni Svampa

… ma dré del nient amô passa la vita,
la lüs che se fa furma aj vus del vent.
(Franco Loi)

Io di qui non mi muovo, anche se penso
che muoversi o non muoversi non muta
la storia, se poi il cuore immacolando
vibra solo su sé, sperso nel cielo.
(Filippo Davoli)




LE PAROLE IN CLINICA

……. quella erre da ufficiale di marina, gorgogliata
ignota alla scrittura, la erre di Renato, vecchio magrone
napoletano di costiera …….

A nove anni gli portarono via il padre, in un cortile di Portici
e lui a ringhiera col cuore schiacciato nel ferro a guardare sua madre
che gridava di lasciarlo andare che lui non c’entrava niente,
non era partigiano, intanto che correva verso il camion dei tedeschi
col cane che abbaiava, il piccolo cane di Renato, poco prima della cena.

La secca mitragliata pose fine e silenzio, e il padre fu portato via.

Renato, quella tua erre che sgarrula i motivetti americani dei quaranta
come ha potuto resistere se non per un’azzurra porta di cielo
inchiodata allo scialle di lei, uno scialle leggero …….

(Al compagno di stanza)






Ogni tuo richiamo rimanda all’oro.

Dalla pelle delle braccia resta un fondale negli occhi,
indorati riflessi di grano, di fogliame.

Siamo braccati, lontani, muti, saldati alla stessa bandiera
e non c’è nessuno che ami la nostra piccola patria come noi.
E questa nostra, è forza.

Così, aspettando che una piccola luce si dimentichi qui
accanto, ti saluto amore mio, e fino a domani ti vedo
ogni momento indovinare il battito del tempo, a piedi
nudi, per le nostre stanze.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Che aumenti la nostalgia nel colore qualsiasi
che gonfi la mia nuvola maestra
e che mi lasci perdere a qualche nuova noia carica
di sangue e di vita sconosciuta.

Bisogna credere alla sua promessa
e portarle doni, e preghiere, lasciare poi
che risuoni nella baia, nell’eco
disordinata dei nostri corpi.

METEOROLOGIA DELLA CICATRICE

Cuce e ricuce nel solco del vento la cicatrice
che si muove e annuncia pioggia, scuce e stilla
in un solo punto il sentimento e la morte,
l’abbandono a qualsiasi sorte.
L’incrocio dolente del ferro con la carne,
pazienza che lo rende luminoso e forte,
ci sale un fiato lungo su per le grondaie
vento consorte che moltiplica la vita.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Sono finito da qualche parte in fondo
all'assolo di tromba, sul catrame
lustro di pioggia appena placata,
di me sento un freddo antico e buono.
Lastre di luce mi attraversano, sospiro
al pensiero di una piccola pizza
per mano a mia madre sul sagrato
della luminaria.
Dove eravate,
tutti voi, compagni di viaggio
mentre assaggiavo il primo miele dell'amore
a un passo da casa ...
In quel minuto come un bellissimo bacio
il sogno andava al passo di lepre.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Il mio canto costeggia i vostri sogni
passeggiare lungo il piccolo torrente.
E' un canto d'amore, lunari raggi
a piovere sull'acqua, sono lampi
su rocce che il sole rasserena.
Via via agguanto il suo
suono che giace
coricato sul fondo, per ogni
vento che chiama il mio nome.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Sono le cose che ci chiamano
gli stralli della nostra prua
quando l'assenza di vento
è già vento, e la vela si arrampica
su, per il palo di trinchetto
e si tende, si gonfia nel sole.
C'è sempre un tempo a toccarci,
nel cuore del palmo delle mani
sentiamo il richiamo dei padri:
alza la bandiera a fiamma e
che si senta parlare nel vento,
come fuoco del nostro mare.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Raramente ricordo un sogno
ma sempre ricordo d'aver sognato.
Così devo subito qualcosa al giorno che comincia,
la trama sbordata di un vecchio macramé si alza
sopra il tetto di una casa buia,
come una sottile bandiera che segna
l'orizzonte nell'ultima luce.

Sogno quando non lo penso e così sogno sempre,
come sul delta di un fiume una casa d'erba
per la primavera, una discesa azzurra di acqua aria
e vuoto dinanzi, sogno tutto quello che manca
agli assenti.

Ci sono tutte le parentele in volo
specchiate nell'acqua che mi guardano
passare da solo, fermo all'età dell'oro
custode della mia storia.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Arriva fin qui l'odore d'acqua
delle pietre di lago, nel colore
che circonda il sole dell'alba striando
la luce che ancora sa di montagna.
Come alla vigilia di una partenza
in un'allegria di campane e fringuelli
solo, come un promessa viva.
Ogni volta è così, ci sembra
di non ricordare niente. Così
dal salto della siepe, muti
vediamo le rondini tornare.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Quello che viaggia tra di noi non ha segreti
se non di note al margine di un sogno
contro le regole. E' il tempo di un soffio,
l'alito di un bacio che ci solleva.
Non ci sarà da andar per carte, il viso
non avrà specchi di memorie scritte, sarà
un'ombra che profuma di mattina, di chiaro.
Non sapresti altro che questo:
qualcosa intorno si schiude.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

A scriv in milanés me par de vèss
furèst, un viaggiadùr, de pèna in pèna
cunt el fià in d’el sacuciòtt.

A scriv in milanés ve par che sùn
furèst, lüs disunèsta, differénsa,
l’è lì, de bùn, la gràssia del mè témp.


A scrivere in milanese mi sembra di essere
straniero, un viaggiatore di penna in pena
con il fiato nel tascapane.

A scrivere in milanese vi sembra che sono
straniero, luce disonesta, differenza,
è lì, davvero, la grazia del mio tempo.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Dagh una vus.
Dàghela, al vöj e al pién,
fà suspirà el témp che te travèrset
càtta föra una lüs al trénu in cursa

la parerà ‘na lüsiröla in mèzz al pandemòni
e al vul de la sua lüs, la tèrra tütt’ intùrna
la levarà la sua biundèssa’l ciél.


Dagli una voce.
Dagliela, al vuoto e al pieno,
fai sospirare il tempo che attraversi
cava fuori una luce al treno in corsa

sembrerà una lucciola in mezzo alla confusione
e al volo della sua luce, la terra tutt’intorno
alzerà la sua biondezza al cielo.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Gh’èmm de cercà in d’el rüff,
almén ghe truverémm la meravìglia
l’amùr ne la buttìglia in d’un mar d’èrba
i càrt che te racùnten un tesòr,
gh’èmm de savè che tütt la fà miràcul
nel sangh che rüsa’l vént e i nòster pé
gh’èmm de savè che pròppi chì dedré
gh’è un tapelà de ran che ghe sumìglia
e par che quand se và, se turna indré.


Dobbiamo cercare nella spazzatura,
almeno ci troveremo la meraviglia
l’amore nella bottiglia in un mare d’erba
le carte che ti raccontano un tesoro,
dobbiamo sapere che tutto fa miracolo
nel sangue che spinge il vento e i nostri piedi
dobbiamo sapere che proprio qui dietro
c’è un gracidare di rane che ci somiglia
e sembra che quando si va, si torna indietro.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Trénu, trénu, fèrr in cursa
anca a che l’ùra chì te pòrtet gént a
una quàj rìva, al vént che sfìla vìa
in d’i matìn d’està quànd la riséra
se musta’l ciél ne l’aria bassa, frèsch.

De nott, cui stèll, al mar la se dà furma
e pàssum la pianüra föra témp
i donn se ciàmen donn per la sutàna
e l’acqua tütt’intùrna la riflètt.


Treno, treno, ferro in corsa
anche a quest’ora qua porti gente
a una qualche riva, al vento che sfila via
nelle mattine d’estate quando la risaia
si mescola al cielo nell’aria bassa, fresco.

Di notte, con le stelle, al mare si dà forma
e passiamo la pianura fuori tempo
le donne si chiamano donne per la sottana
e l’acqua tutt’intorno riflette.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

L’è nott dénter la nott
scundüda in mèzz ai pàgin.

Chi pudarà mai dì del sò culùr …
nissün, e nànca’l pés, el sentimént
che tuca. L’è stà’l nost desidéri
a dagh la lüs.


E’ notte dentro la notte
nascosta in mezzo alle pagine.

Chi potrà mai dire del suo colore…
nessuno, e neanche il peso, il sentimento
che tocca. E’ stato il nostro desiderio
a darle la luce.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Dato che chì se viv un pù de pas
me par che sarìa ura de fermàss,
fa citto, guardàss ben ben i man
e dì una ròba a Dìu,
purtà a la sua vus el nòster sangh.

Se il mund l’è spurch, se pröva a viv d’amùr
e’l fià de Diu ghe vüta in d’el cambiàll.


Dato che qui si vive un po’ di pace
mi pare che sarebbe ora di fermarsi,
fare silenzio, guardarsi ben bene le mani
e dire una cosa a Dio,
portare alla sua voce il nostro sangue.

Se il mondo è sporco, si prova a vivere d’amore
e il fiato di Dio ci aiuta nel cambiarlo.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

“Chicchessìa che créd, pénsa
e nel pensà ghe créd”.

El ciél sensa pensàll, l’è niént.

Inscì dumàn me lévi e vardi föra
ai buchellìn che porta primavéra
el ciél de tanta gràssia se culùra
nel dì de l’Ángiul,
avèrt al vént.


“Chiunque crede, pensa
e nel pensare ci crede”.

Il cielo, senza pensarlo, è niente.

Così domani mi alzo e guardo fuori
ai piccoli boccioli che porta primavera
il cielo di tanta grazia si colora
nel giorno dell’Angelo,
aperto al vento.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

La mia radìs l’è niént ma mì ghe lassi
el cör (sentér di genuvés, de prèa
che a témp de bandiröla se discànta
dal mar fin sü a la gésa bianca,
e la salìda la par nànca,
e sèmm giamò in d’el busch)


La mia radice è niente ma io ci lascio
il cuore (sentiero dei genovesi, di pietra
che a tempo di farfalla si risveglia
dal mare fin su alla chiesa bianca,
e salita non si avverte,
e siamo già nel bosco)



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Me tuca de sunà quàter cansùn
e invéci vurarìa fà un’altra roba
la gént che la me varda, e me véd nò
e mì ghe vardi e védi istèss, nagòtt.


Mi tocca di suonare quattro canzoni
e invece vorrei fare un’altra cosa
la gente che mi guarda, e non mi vede
e io li guardo e vedo lo stesso, niente.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

D’un tratt te me dì “Vòltes”,
e u vist i prà in discésa e i donn scundü
in d’i nìul che svöjàven d’acqua el ciél,
nel corp del ciél.

Sarìa stà bèll fermàss, vultàss i cart
ai öcc de la culìna. El vegnarà
el témp per nümm de fà disténd l’umbrìa
del nòster sangh.

Se tègnum per la strèccia, adèss nel russ
calùr, per minga vulà vìa, per fà
che rèstumm anmò istèss cume rusàda
tempurìna.

Mövess minga, barbèlla anmò nel cör
un’àlter tocch de storia ai pé de un’altra
ciminiéra, sventà nel sù te védi,
nel sù che incànta.


A un tratto mi hai detto “Voltati”
e ho visto i prati in discesa e le donne nascoste
nelle nuvole che svuotavano d’acqua il cielo,
nel corpo del cielo.

Sarebbe stato bello fermarsi, girarsi le carte
agli occhi della collina, ma verrà
il tempo per noi a fare distendere l’ombra
del nostro sangue.

Ci teniamo stretti, adesso nel rosso
calore, per non volare via, per fare
che restiamo ancora gli stessi come rugiada
mattutina.

Non muoverti, trema ancora nel cuore
un altro pezzo di storia ai piedi di un’altra
ciminiera, sventato nel sole ti vedo,
nel sole che abbaglia.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

L’è lüna scavàda nel blö, che te cumpàgna
a pé biòtt, tra i piànt de martelèta,
e nànca una paròla’l vént, te làsset
al vént te ghe sé tì.

Suspés al témp e ai vus che te remèna,
te pìsset un dulùr al ciàr de la tua lüna,
e nanca un sentimént al vént, te làsset
al vént parla la lüna.


E’ luna scavata nel blu, che ti accompagna
a piedi nudi, tra le piante di mirto,
e neanche una parola al vento, lasci
al vento ci sei tu.

Sospeso al tempo e alle voci che ti rimestano,
accendi un dolore al chiaro della tua luna,
e neanche un sentimento al vento, lasci
al vento parla la luna.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Sénti trunà el cantér, e intant te pàrlet
te védi cunt i man incatramà
e una quàj smàgia de vernìs in crapa
se sént da cume dunda la membràna.

Per qualsessìa andadüra se trabùca,
vèrs la curént, cume’l salmùn che scappa
vìa de l’urs, i mèj ai spàll parìlien témp
carta vedràda sura el lègn d’acqua.

Un cör, là in fund al màr
cunsèrva la butìglia, un quàj dulùr
dacquà, una paciàda, un bel vassèll
de russ, un urientàss al vént e ai stéll,

un vìv a fà la curt ai und. Amìs,
fòrsa de la nadüra.


Sento tuonare il cantiere, e tu parli
ti vedo con le mani incatramate
e qualche macchia di vernice in testa
si sente da come vibra la membrana.

Per qualsiasi andatura si trabocca
verso la corrente, come il salmone che fugge
all’orso, le miglia alle spalle parigliano tempo
carta vetrata sopra il legno d’acqua.

Un cuore, là in fondo al mare
conserva la bottiglia, un qualche dolore
attenuato, una scorpacciata, un bel tino
di rosso, un orientarsi al vento e alle stelle

un vivere a corteggiare le onde. Amico,
forza della natura.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Uéi Gaspa, cià che vèmm a fà un bèll bagn,
lümà i tusànn, fa curr i nòster gamb.
Porta ‘l transìstor che séntumm la partìda,
fèmm un pù i pirla e dopu
la meraviglia in corp ciàpum la bàla
e vèmm a fà el sessantòtt di fiö
giò in d’el prà, cun l’èrba bèla cürta.


Ohé Gaspare, dai che andiamo a fare un bel bagno
guardare le ragazze, far correre le nostre gambe.
Porta la radiolina che sentiamo la partita,
facciamo un po’ i pirla e dopo
la meraviglia in corpo prendiamo la palla
e andiamo a fare il sessantotto dei ragazzini
giù nel prato, con l’erba bella corta.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Ghe piàs vedè specciàss nel Ticinèll
l’aranz che incànta, un cant
al cör sénsa paròl, ghe basta un can
che buja a la riséra o la planàda
di sgülgitt dénter al vént, basta de vèss
lì per impienìss de bèn al ciél, a lümm
de russa scìra, che fà un sul sentimènt,
un quàder che se möv a primavéra.


Ci piace vedere specchiarsi nel Ticinello
l’arancio che incanta, un canto
al cuore senza parole, ci basta un cane
che abbaia alla risaia o la planata
degli aironi dentro al vento, ci basta essere
lì per riempirci di bene al cielo, al lume
di rossa cera, che fa un solo sentimento,
un quadro che si muove a primavera.



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L’è püssé grand de lé
ma lé la porta in bràscia
la dunda cuntentèssa a ogni pass
‘sto püresìn, la tusa mia de mì …

l’è cume füdess mì un fiulìn
a stagh visìn, passìn passìn … vardéla
cume l’è bèla a dì i sò parulìn
a spass cul sò papà, e l’öv de Pasqua.


E’ più grande di lei
ma lei lo porta in braccio
dondola contentezza a ogni passo
questo pulcino, la figlia mia di me …

è come fossi io un bambino
a starle vicino, passino passino …guardatela
com’è bella a dire le sue paroline
a spasso col suo papà, e l’uovo di Pasqua.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Mufìn nuèll che te sé dré a dervì
la porta per el mund, te nassarét
fradèll e fiö. Nel prim ciarùr del dì
quànd la tua vus al buff la se farà
memòria, ghe parerà impussìbil
pensàgh sénsa de tì.


Cucciolo novello che stai aprendo
la porta per il mondo, nascerai
fratello e figlio. Nel primo chiarore del giorno,
quando la tua voce al soffio si farà
memoria, sarà impossibile
pensarci senza di te.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Te me scurlìsset l’umbra de la nott
e sénti el tò passà cunt i pé biott
l’è cume vedè anmò pissàss la lüs
un buff de vént Pelèr, e la tua vus
me ciàma, cume ciàma el mè fradèll.

Magàri el sogn l’è’l tò
e nümm sèmm un amùr che te reciàma,
l’amùr magiùster de pan dür
una carèssa che te piàs de fala
un duls de ris e latt, l’udùr che l’è
la storia che cugnùssi
la cursa per avègh i robb de fà
lassàss andà ai bütt de primavéra
nel sègn de la mia man, la man de pàder
i mür de la memòria impultiscià …

I niàs capìssen la tua léngua
al fass de sù e de nèbia, ángiul
nel fögh che pàren mövess al miràcul
quèla ciàsma in di mè öcc la sént al nas
la mia murùsa, quànd passi in tra de lur.


Mi scuoti l’ombra della notte
e sento il tuo passare con i piedi nudi
è come vedere ancora accendersi la luce
un refolo di Peler* e la tua voce
mi chiama come chiama mio fratello.

Magari il sogno è il tuo
e noi siamo un amore che ti richiama
l’amore fragolino di pane duro
una carezza che ti piace fare
un dolce di riso e latte, l’odore che è
la storia che conosco
la corsa per avere le cose da far
lasciarsi andare ai germogli di primavera
il segno della mia mano, la mano di padre
i muri intrisi della memoria.

I piccoli capiscono la tua lingua
al farsi di sole e nebbia, angeli
nel fuoco che sembrano muoversi al miracolo
il bagliore nei miei occhi lo annusa
la mia morosa, quando passo tra di loro.
* il Peler è il vento che soffia da Nord, sul lago di Garda



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Dumènega’l me porta a vedè’l fòlbal
e mì me tègni a mì per minga curr
el camp l’è pròppi in fund a via Celoria
me pàr de vèss un can adré a l’udùr …

l’era un balùn sechént cume pan poss,
e adèss te chì cume l’è bèll, un sù curàmm …
inscì se vàrdum tüta la partìda
per tèrra, cul sacchètt pién de lüin,

gh’è anmò un pù de nebiètta de marscìda,
e pénsi che gh’avrìa on cör da mezzàla
la màja russanéra, el dés del mè Rivera …
e tàchi a curr nel vént de primavéra.


Domenica mi porta a vedere il futbol
e io mi aggrappo a me per non correre
il campo è proprio in fondo a via Celoria
mi pare di essere un cane che segue l’odore,

era un pallone secco come pane raffermo,
e adesso guarda un po’ com’è bello, un sole cuoio …
così ci guardiamo tutta la partita
per terra, col sacchetto pieno di lupini

c’è ancora un po’ di nebbietta di palude …
e penso che avrei un cuore da mezzala
la maglia rossonera, il dieci del mio Rivera …
e attacco a correre nel vento di primavera.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Mì me ricòrdi el dì de prìma està
che te me vìst cascià a la mia storia
e te me scrìtt dü righ che u cunservà
hinn chì cun mì, nel sacch de la memòria.

Paolin Paolon, surìs che se fa largh
un dì andarèmm cul Piero giò in Sicilia
in màchina, a cüntàss i nòster storj,
sagiàss un duls de vöja in d’el turnà.


Io mi ricordo il giorno di prima estate
che mi hai visto avvilito alla mia storia
e mi hai scritto due righe che ho conservato
sono qua con me, nel sacco della memoria.

Paolino Paolone, sorriso che si fa largo
un giorno andremo col Piero giù in Sicilia
in macchina, a raccontarci le nostre storie
assaggiarsi un dolce di voglia nel tornare.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

El pàr on tudeschìn, l’è bèll in carna
el pénsa intant che’l parla, e me la dis
la storia sua, el par un funtanìl
al ciàr de una matìna ai lüs d’invèrna.

Se vàrdum in d’i öcc, una quàj volta
ghe par che la parola la svanìss
l’è prunt a fà tüsscoss, a fà baldòria
e i ganassìn de fögh el se impienìss.


Sembra un tedeschino, è bello in carne
pensa mentre parla, e me la dice
la storia sua, sembra un fontanile
al chiaro di una mattina alle luci d’inverno.

Ci guardiamo negli occhi, a volte
ci pare che la parola svanisca
è pronto a fare tutto, a fare baldoria
e le guance di fuoco si riempie.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Piuvéva sù, e mì vurévi l’acqua.
Gh’è niént de fà, l’è il ciél che ghe cumànda.

El dis: “ècco, proppi chì la védi curr
cunténta di sò quatòrdes ann,
l’avéva truà un post de laurà…”
L’álter fradèll fa citto, gh’è un ciòd

che pèsta el còrp de la farfàla. Piuvéva
sù e mì vurévi l’acqua… ghe ‘sculti,
ghe vardi… e védi sura mì di nìul
da dènter tüta l’acqua di chi öcc.


Pioveva sole, e io volevo l’acqua.
Non c’è niente da fare, è il cielo che ci comanda.

Dice: “ecco, proprio qui la vedo correre
contenta dei suoi quattordici anni,
aveva trovato un posto di lavoro…”
L’altro fratello sta zitto, c’è un chiodo

che pesta il corpo della farfalla. Pioveva
sole, e io volevo l’acqua… li ascolto,
li guardo…e vedo sopra me delle nuvole
da dentro tutta l’acqua di quegli occhi.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

El lìber de ricètt del mè papà
ghe l’hann gratà per ignurànsa, ma…
ma lü l’ha scrìtt anmò, e la mia mama
cunt i cavèj cattà dedré la ghe
diséva che fà niént, adèss l’è ura
de infurnà la frola…

Sentìvi istèss de quèll che sénti adèss
snasà ne l’aria sücher e farina
e cume ciapà un trénu a l’incuntràri …


Il libro di ricette di mio padre
gliel’hanno rubato per ignoranza, ma…
ma lui l’ha scritto ancora, e mia madre
con i capelli raccolti dietro gli
diceva che fa niente, adesso è ora
di infornare la pasta frolla…

Sentivo lo stesso di quello che sento adesso

annusare nell’aria zucchero e farina
e come prendere un treno all’incontrario…



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Mì campi cunt i ran, e alùra? El me
diséva, biòtt e masarà, setà
sü la riférma del Navìli. El s’era
büttà dénter per nuà e adèss restàvi
mì cul sò barbéra e’l témp che ghe
vuréva per cüntà.

Passàven i dunètt cun la sua spésa,
de cursa, ghe guardàven de sottöcc
e lü’l pissàva la sua sigarètta.
L’era rivà vestì cun la cravàta
e un pacch cun dént i ran, sarà per quèl
che ghe piaséva l’acqua.

Milan lü la sentìva de cassìna
cume füdess un’unda indré nel témp
un silensiùs reciàm de bindelìna.


Io campo con le rane, e allora? Mi diceva,
nudo e inzuppato, seduto
sull’argine del Naviglio. Si era
buttato dentro per nuotare e adesso restavo
io col suo barbera e il tempo che ci
voleva a raccontare.

Passavano le donnette con la spesa
di corsa, lo guardavano di nascosto
e lui accendeva la sua sigaretta.
Era arrivato vestito con la cravatta
e un pacco con dentro le rane, sarà per quello
che gli piaceva l’acqua.

Milano lui la sentiva di cascina
come fosse un’onda a ritroso nel tempo
un silenzioso richiamo di canneto.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Te fé amicìssia cunt i robb, magàri
cunt un lègn che canta o i rös che büta
tütt’insèma… l’è minga primavéra
ma fà niént, i stèll brüsen, cùsten car,
l’è nò la sua stagiùn.


Fai amicizia con le cose, magari
con un legno che canta o le rose che sbocciano
tutte insieme… non è primavera
ma non fa niente, le stelle bruciano, costano care,
sono fuori stagione.



          °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

L’è un su che sfunda duls al curr d’i fiö
la curt nel dì de fèsta, quand basta
dervì i öcc per catà l’or e quèl che rèsta
de l’aria magiulìna e di sò fiur.

L’è un tremulà de spigh che se discànten
cume i campàn nel més de la Madòna
che quàten el silénsi de la bassa
e nel cantàss cume in d’un sogn se piàsen.

L’è il sù che ghe riscàlda i nost bagàj
e tütt i volt l’è mèj de mèttij vìa
cèrti mumént ben ben ne la sacòccia
che tùrnen föra bun per àlter témp.


E’ un sole che sfonda dolce al correre dei figli
il cortile nel giorno di festa, quando basta
aprire gli occhi per cogliere l’oro e quello che resta
dell’aria maggiolina e dei suoi fiori.

E’ un tremolare di spighe che si risvegliano
come le campane nel mese della Madonna
che coprono il silenzio della bassa
e nel cantarsi come in un sogno si piacciono.

E’ il sole che riscalda i nostri bambini
e tutte le volte è meglio metterli al sicuro
certi momenti ben bene nella saccoccia
che tornano fuori buoni per altro tempo.



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Vardi la frisa che dèrva’l biànch de l’unda
nel mar che a la calàda par un prà,
un ciél spianà a poppa, un urizzùnt
de vérd che croda in d’un’ugiàda giò
a la funda, l’è costa, svista, nìula
al fass de nott, la prima lüna la se véd
giamò e alùra làssa fà a ‘stù lègn
fìn quand i lüs de la muntàgna
un animàl sugnént ghe parerànn.

Sarà’l mumént de tirà’l fià
ai öcc de mar de lüna de muntàgna.


Guardo la scia che apre il bianco dell’onda
nel mare che al tramonto sembra un prato,
un cielo spianato a poppa, un orizzonte
di verde che casca in uno sguardo giù
alla fonda, è costa, abbaglio, nuvola
al farsi della notte, la prima luna già si vede
e allora lascia fare a questo legno
fin quando le luci della montagna
ci sembreranno un animale sognante.

Sarà il momento di tirare il fiato
agli occhi di mare di luna di montagna.



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Facciamo finta senza fingere
quando passiamo a trovarti
così possiamo pensarti ancora ingenua,
umile e dolce, canterina
ed è un pensare che si sbriciola alle mani
intanto che il sasso ci cade dentro al cuore.
E resto ogni volta preso
nel mezzo, tra il dire e il fare
e scavo, scavo, scavo come un matto
davanti al tuo sorriso che si allarga
che in scia a quell’odore di morte
è meglio di niente, cosa dici …
dimmi ancora qualcosa
in milanese, ci resta mezz’oretta
e a furia di scavare ho le mani rotte
… ma a tirar sera insieme è stato bello
per tanto tempo, e mi fai ciao nel vento
e guardo indietro, al tempo che ci perdona.



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Seguendo il Naviglio di Pavia
in quella casa c’era un odore di buono
di terra dolce, di anime alla fonte
c’era un chiamarsi antico di brace
e un piatto di quei pesciolini con la polenta.
C’era un odore di mosto schiacciato coi piedi
e Dio che ci faceva compagnia, così
vedevo nei tuoi genitori il farsi dell’onda
a irrigare questa terra inseminata.



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Nel tuo tormento c’è il mio. E’ la semina
che lacrima la pioggia, nel cielo che tuona
c’è il fresco che smorza l’acqua del tormento.
D’incanto ci scopriremo in sogno al gorgogliare
di grondaia, per fare del nostro sentire
qualcosa che un giorno si racconta.