INTERVISTE
Il Raindogs, luogo in cui ti ho visto suonare a Savona, è posto “intimo” , di dimensioni congeniali alla tua proposta, almeno dal punto di vista dell’ascoltatore. Ma è anche un pub in cui si macina rock e blues. Come ti poni davanti a un tipo di musica che spesso induce al movimento?
Ho un senso del ritmo piuttosto sviluppato, nelle canzoni che scrivo il tempo e – soprattutto – un certo “groove” sono essenziali. La musica buona induce al movimento. Ma io ho un fisico ingombrante e non appartengo alla categoria degli "agili", quindi preferisco ascoltare e sentire dentro il battito del tempo musicale, mi regalo solo qualche impercettibile movimento a scandire gli accenti … insomma, fatemi suonare e non fatemi ballare ...
Esiste nel tuo DNA musicale qualcosa di “aggressivo” , da utilizzare , ad esempio, in alcuni momenti di sfogo?
No, direi che l’aggressività non fa parte del mio carattere. Ma una canzone sussurrata può essere mille volte più dura di una canzone urlata ... Se però intendi il bisogno – ogni tanto - di ascoltare una chitarra elettrica che urla, allora si. Ma fa sempre parte dell’ascolto e mai dell’esecuzione. Credo sia sano assecondare la propria natura, anche se a volte mi piacerebbe essere tutt’e due le cose. Ma Joao Gilberto non è Jeff Beck, e viceversa. L’importante, alla fine, è seguire il profumo della musica buona.
Leggendo la tua biografia si rivede la dura strada che conduce al successo, che per me non è la vita da star, ma il “poter vivere utilizzando le proprie passioni”. Non hai mai pensato, nei momenti più duri, di aver imboccato una strada sbagliata?
Infatti per me la parola successo ha quel significato. Anche perché il mio nome è conosciuto solo in ambiti legati alla canzone d’autore e quindi non potrei fare confronti tra il successo nella coerenza delle proprie passioni e il successo che implica fama, denari, visibilità. Non ho mai pensato di avere imboccato una strada sbagliata perché se avessi preso altre strade di certo non avrei scritto quello che ho scritto, di cui sono molto soddisfatto, e tanto basta. Ho pensato – questo si – che in alcune situazioni avrei potuto giocarmela meglio, ma questo vale per tutti e in qualsiasi contesto.
La nascita di un figlio cambia la vita. Come ha inciso su di te, come uomo e come musicista?
E’ un evento che cambia radicalmente il tuo rapporto con la vita, che ti pone domande nuove, che sposta la tua attenzione verso l’altro da te. In un certo senso è una specie di “scuola d’amore” dove tutti gli attori (genitori e figli) imparano a stare insieme, a condividere, a capirsi. Una buona società è l'insieme di tante buone famiglie, non ci sono altre strade. In senso musicale credo che mi abbia portato a sperimentare strade compositive nuove e sorprendenti; il disco in milanese, ad esempio, nasce da uno scavo nella memoria, come una specie di riflesso in cui mi sono rivisto bambino in una famiglia dove si parlava il milanese, che io imparavo senza rendermene conto … senza lo sguardo sui miei figli certe memorie "carsiche" non sarebbero riaffiorate, chissà...
Parlando sempre di giovani, hai qualche messaggio particolare per loro nelle tue canzoni, pensi ad una buona “semina”, dal punto di vista dei contenuti, ma anche da quello musicale?
Io parlo un linguaggio che non è didascalico rispetto ai fatti reali del nostro quotidiano. Quello che mi interessa è solo scrivere canzoni oneste e in sintonia con la mia natura musicale e letteraria. Il resto è questione di gusti. Non credo alla canzone "civile" come non credo alla poesia o al teatro "civile", è un aggettivo che non si può applicare al genio dell'arte, piccola o grande che sia. Credo invece alla canzone "buona" (in senso "Hemingwayano"), come alla poesia "buona". Per me l’importante è inseguire la bellezza, questa è la mia unica regola d’oro, l’unica “buona semina”. Il cantautore (parola bruttina) è sempre stato visto come una sorta di eroe senza macchia e senza peccato, una specie di alfiere/cantore della libertà con la chitarra in mano, il suo valore è sempre stato misurato sulla forza dei testi più che sulla musica. Io al contrario mi sento più musicista, per me la canzone è comunque un fatto squisitamente musicale.
Essendo tu un cantautore, il tuo prodotto non può scindere testo da musica , parole da melodia. Eppure noi tutti ci siamo innamorati, da ragazzi, di canzoni di cui non capivamo una parola e normalmente accade di rimanere colpiti per sempre da un riff di chitarra di 30 secondi.
Qual è il tuo punto di vista? Dai valore alla sola musica senza concetti applicati?
E’ la continuazione della risposta precedente e conforta il mio punto di vista che si può riassumere così: una canzone con un testo interessante e una parte melodica/armonica di scarso valore è quasi sempre una brutta canzone, al contrario una canzone ricca musicalmente può anche arrivare senza avere un testo di grande profondità. Il fatto che ci siamo innamorati tutti di canzoni di cui non capivamo le parole lo dimostra, la musica è un’arte che arriva per vie sensoriali. Le regioni preposte all'ascolto della musica sono un mistero, è questo che la rende così magica, così seducente.
Il nostro corpo è un vettore di vibrazioni che solo la musica può evocare. Poi, se il testo di una canzone è di alto valore, si aggiungerà la forza della parola, che però – non dimentichiamolo – è essa stessa suono e ritmo.
Hai scritto alcune canzoni per Finardi, l’unico artista italiano che ho sempre comprato a scatola chiusa, senza rimanere deluso.
Che tipo di rapporto avete?
Di amicizia e reciproca stima, negli anni mi ha riempito di complimenti e nei miei confronti è stato molto brillante. Ha un carattere non semplice ma molto leggibile e diretto, per me è stato un onore lavorare con lui, è un artista di grande energia musicale e un cantante come ce ne sono pochi, e non solo in Italia.
Abbiamo in comune l’amore per il calcio, o meglio, per LA SQUADRA.
Se potessi realizzare il sogno di un giorno, preferiresti essere Dylan o Rivera?
Ottimo, sono contento di conversare con un rossonero. Dylan o Rivera ? Rivera, senza alcun dubbio, anche se ho imparato a suonare sulle canzoni di Dylan e dischi come Blonde on Blonde o Blood on the Tracks sono tra quelli che mi porterei sull'isola. Ma il Gianni è il mio mito insuperato.
Come è nata la tua collaborazione con Mina?
Bruno Bergonzi, batterista bravissimo, qualche anno fa lavorava alla Sony Publishing, con cui collaboravo. In una cassetta che gli avevo lasciato da ascoltare c’era questa canzone, Stile Libero. A Bruno piacque subito e la mandò a Mina, senza dirmi niente. Dopo qualche settimana mi chiamò per dirmi che Mina l’aveva scelta per l’album che stava per registrare, che si intitola Loch Ness. Tutto è successo molto velocemente, grazie all’intuizione di Bruno.
Ancora un sogno. Mi indichi tre canzoni che avresti voluto scrivere?
Domanda complicata, molto. Potrei indicartene trenta e poi non sarebbero sufficienti. Vediamo: Insensatez di Jobim-Vinicius, The Look of Love di Burt Bacharach, Estate di Bruno Martino.
Cosa ci regalerà Claudio Sanfilippo nell’immediato futuro, musicalmente parlando?
Altra domanda complicata, di solito se prendo una strada mi lascio tentare dai sentieri che incontro e quindi non saprei bene che dire, al momento. Intanto proseguo nel mio percorso di performer solitario in concerto, con le mie chitarre. E comunque nel cassetto ci sono due progetti, un album di canzoni per bambini e un album acustico a due chitarre, la mia e quella di Francesco Saverio Porciello, vedremo...
intervista dal blog: www.athosenrile.blogspot.com
l'intervista alla pagina: http://athosenrile.blogspot.com/search?q=claudio+sanfilippo
E’ un cultore appassionato di mille cose Claudio Sanfilippo: dalla poesia dialettale milanese alla musica brasiliana, dal calcio come metafora della vita e della competizione che si fa estetica (non per altro è estimatore di Rivera, Gianni Brera “fu Carlo” e Beppe Viola) alla facondia della fabulazione. Lo conoscemmo all’epoca dell’uscita di “Stile libero” e non lo abbiamo mai abbandonato consci del fatto che la stoffa artistica è davvero notevole, vedasi a proposito anche l’ultimo lavoro Fotosensibile.
“Fotosensibile” è un album molto delicato, pieno di ritmo ma anche onirico, sognante, morbido. Come nasce l’idea di questo lavoro e come hai assemblato le canzoni?
L’idea nasce con l’intenzione di “sdoganare” la mia visione della canzone d’autore verso i confini della musica pop unito all’obbiettivo di rappresentare le mie diverse anime musicali. Per questo la scelta delle canzoni è stata improntata sulla varietà delle ispirazioni: la bossanova, la ballad di matrice anglosassone e perfino, per la prima volta, il linguaggio del rock.
La confezione dell’album è molto ricca, difficile da riscontrare anche in prodotti dell’industria discografica. Come è stato possibile proporre questo invidiabile packaging e come rappresenta il tutto?
In effetti il packaging è di livello molto elevato. Abbiamo pensato che un lavoro così importante, anche e non solo per la presenza di un dvd, meritasse di essere pubblicato con una confezione elegante e ricca. Il merito comunque va all’art director del progetto, Alessia Casati, e allo stampatore Vela Web, che hanno fatto un lavoro magnifico. Chi acquista il cd si porta a casa buona musica ma anche un oggetto molto bello...
Questo album richiama lo stile che già conosciamo però, ad un ascolto attento, si percepisce una ulteriore crescita, un suono più levigato, parole ancor più ricercate. E’ così oppure è solo una mia impressione?
E’ certamente un lavoro molto curato, ogni minimo particolare è stato trattato come se fosse di importanza vitale per la buona riuscita del progetto, sia in fase di ripresa degli strumenti che nella cura degli ambienti sonori. Insomma, ogni volta si cerca di fare meglio. E poi la natura impegnativa dell’obbiettivo che ci siamo posti richiedeva una certa attenzione, abbiamo lavorato (io, Rinaldo Donati, i musicisti) come degli artigiani che cercano di cesellare il loro manufatto con tutto il bagaglio delle nostre esperienze.
La tua discografia possiamo definirla sobria in quanto in dieci anni hai prodotto (a parte le tante collaborazioni) quattro album più un cdlibro. E’ perché ti manca il tempo per produrre più lavori oppure hai bisogno di “macinare” le idee, farle diventare propriamente tue?
Il tempo manca sempre e non solo per la musica… nel cassetto ho un repertorio con cui potrei registrare almeno cinque album, forse di più. Il fatto di non dovere subire le pressioni esterne di una major mi mette nelle condizioni di registrare quando sento il bisogno di farlo. Registrare un album è sempre una sfida “alta”, quando decidi che è il momento di “fotografare” una canzone per renderla pubblica sento il dovere di cercare strade che abbiano un senso musicale profondo. Ragiono per logiche puramente artistiche e non sopporterei l’idea di registrare un album solo per rimpolpare la mia discografia, per poi magari rimanere deluso dal punto di vista artistico. Può capitare, certo, però finora sono molto orgoglioso di tutti i miei album e ogni volta che li riascolto sono felice perché penso di essere riuscito in questi anni a produrre dischi che non sono legati alle mode del momento in cui sono stati realizzati. Il fatto che le mie uscite siano diradate non è un’intenzione pianificata, è così e basta. Intanto sto registrando un po’ di cose nuove nel mio studio casalingo, magari nel 2009 mi viene l’ispirazione per tornare in studio, chissà...
Da tempo collabora ai tuoi lavori il bravo Rinaldo Donati. In che modo i suoi suoni si amalgamano con i tuoi?
Rinaldo Donati è da tempo un arrangiatore e un musicista di livello internazionale, e non lo dico solo io, lo dicono in molti, soprattutto all’estero (recentemente lo ha dichiarato perfino un artista del calibro di Eumir Deodato). Lavorare con quelli bravi è un piacere e un privilegio, oltretutto Rinaldo è anche un grande amico e questo ci ha sempre messo nella condizione di trovare la giusta dose di complicità. Siamo entrambi degli eclettici, io nel modo di comporre, lui nella capacità di trattare i suoni. Forse la caratteristica che ci unisce di più (oltre al fatto di essere chitarristi) è la visione globale che abbiamo della musica, qualcosa che ha a che vedere col mistero e la suggestione.
Nella confezione dell’album c’è anche un dvd che mostra alcuni collaboratori ed amici. Quanto è importante per il tuo lavoro artistico il rapporto umano?
E’ tutto. Le mie canzoni, le mie storie nascono dagli incontri con le persone e con i loro pezzi di vita. Scrivere canzoni significa sintonizzarsi con ciò che ci circonda, sublimare le infinite suggestioni che ci giungono dall’esterno. Poi c’è l’aspetto introspettivo, che è altrettanto fondamentale. Io scrivo per me stesso, per riconoscermi nelle cose che ho visto, nello stile in cui sento il bisogno di specchiarmi. Poi le canzoni, una volta scritte, prendono la loro strada, e chi le ascolterà ci troverà significati che non sono necessariamente quelli che avevo in mente mentre scrivevo. E’ un processo di trasformazione continua, è il grande fascino che suggerisce qualsiasi espressione artistica: la libertà di scovare, ognuno per la propria sensibilità, le piccole verità nascoste tra le pieghe della nostra vita.
Se non ricordo male hai scritto canzoni che sono state cantate da artisti importanti come Mina e Finardi. Cosa si prova a sentire un proprio brano interpretato da personaggi di così alto profilo artistico?
Beh, è sempre un motivo di orgoglio, soprattutto quando gli interpreti si chiamano Mina o Finardi. E’ interessante vedere come una cosa che hai scritto tu possa trovare una strada diversa e qualche volta può anche accadere che l’interpretazione di un altro cantante può diventare più interessante della tua. In questo periodo mi canto volentieri La Notte di San Lorenzo nella chiave interpretativa che gli ha dato Cristiano De André, più lenta e compassata della mia versione. Si imparano cose, si scoprono cose...
Il tuo impegno musicale non rappresenta la tua professione (sei un apprezzato operatore del campo pubblicitario) ma una passione vissuta in maniera professionale. Come limita l’arte, almeno nel tuo caso, l’impossibilità di disporre di tempo per esprimere la tua vena artisitica?
Non lo so perché non ho mai provato a fare il musicista di professione. Mi comporto come se lo fossi, con la medesima serietà, ma finora la possibilità di trasformare la mia musica nel mestiere che mi procura il pane l’ho solo sfiorata. Ma non è mai detta l’ultima parola … il fatto di vivere questa doppia dimensione, che richiede uno sforzo supplementare per trovare gli spazi e i tempi adeguati, può anche essere un aspetto positivo per tenere viva la tensione artistica, chi lo sa.
Per un musicista è importante riuscire a suonare, fare serate, sia per farsi conoscere che per provare sempre più le proprie canzoni mettendole “in gioco” davanti al pubblico. Che cosa ritieni che manchi, nel panorama italiano, per rendere fattibile una maggiore presenza sui palchi? E’ una questione di qualità, di disponibilità economiche da parte dei gestori dei teatri/locali, di qualità degli ascoltatori che preferiscono suoni e liriche più semplici ed immediate?
Manca la considerazione generale che si ha della musica. In Italia la cultura musicale di base è più scarsa di quanto una certa lettura conformista voglia farci credere, quasi tutto quello che nasce di buono va ricondotto all’iniziativa individuale. Ci salva il fatto che gli italiani sono un popolo di talento musicale e artistico e le cose buone non mancano mai. Però è ora che anche a livello istituzionale si cominci a pensare alla musica come un bene essenziale per la vita di tutti noi. A partire dalle scuole, dove l’educazione musicale è sempre vissuta come una sorta di optional, e spesso è totalmente assente. Oggi i musicisti devono affrontare situazioni sempre più difficili e frustranti. La musica è percepita come un prodotto gratuito e il suo valore sta progressivamente svaporando. Un cd a quindici euro è una spesa, al contrario una t-shirt firmata è considerata dai più un investimento. Per limitare questo danno culturale bisognerebbe investire nella musica, soprattutto quella dal vivo. Se andiamo a vedere quanti locali sono attrezzati per proporre musica live con una seria organizzazione tecnica, sono pochissimi. Gli artisti di grido girano nei grandi teatri e negli stadi, gli altri si arrabattano in situazioni complicate, spesso penose. Non c’è una via di mezzo perché non c’è una vera cultura di base. E poi la televisione, che è una grande occasione mancata. Nonostante l’offerta gigantesca di canali a disposizione, relega la musica a ruoli sempre marginali, oppure si limita a trasmettere i soliti video, per non parlare delle mostruosità dei realities… insomma, ci sarebbe molto da fare.
Un sogno artistico che Claudio Sanfilippo vorrebbe che si realizzasse?
Mah, sarebbero tanti. Mi accontenterei di potere registrare gli album che voglio finchè ne sarò in grado. Però un sogno ce l’avrei: andare in Brasile e negli USA a registrare con alcuni musicisti che hanno segnato il mio percorso musicale. Fare un disco “in viaggio”, trasformare il viaggio in musica.
Dacci una “buona” notizia: sarà mai ristampato “Stile Libero”?
Chi lo sa. Io non sono proprietario del master di quell’album (al contrario di tutti gli altri) e quindi è una decisione sulla quale posso influire molto poco, certo è un peccato che “Stile Libero”, nonostante la Targa Tenco e l’accoglienza che ha riscontrato, sia stato disponibile nei negozi per un anno scarso, speriamo.
Intervista di Rosario Pantaleo - L'ISOLA CHE NON C'ERA
Alcune canzoni di Claudio Sanfilippo , poliedrico cantautore milanese, sono gettonatissime in migliaia di case italiane. Il problema, per Sanfilippo , è che non si tratta di Stile libero, pezzo che gli incise Mina e diede il titolo al suo disco d’esordio, Targa Tenco come opera prima. Né brani dei begli album successivi o quanto da lui scritto per Cristiano De André e Finardi. Per tacere di Casual soppiatt swing con cui lo fece conoscere Pierangelo Bertoli, e delle sue liriche per melodie di Bach e Rachmaninov incise dai tenori Alvarez e Licitra in un progetto di risonanza mondiale. Le canzoni più gettonate di Sanfilippo sono Amore roditore e Benvenuti a Topazia: due delle molte che ha scritto per gli audiolibri del noto personaggio per bambini Geronimo Stilton, topo parlante di grande fortuna commerciale. Ed anche ora che Sanfilippo pubblica Fotosensibile, cd di buona musica d’autore e dvd del meglio di una validissima carriera ultradecennale, viene proprio da chiedergli anzitutto perché Stilton gli abbia dato ben più di Mina.
Che effetto fa aver convinto colleghi e critica ma essere noto per «Amore roditore »?
Per fortuna sono eclettico… Quando mi contattarono per Stilton mi piacque lavorare sulla fonetica per i piccoli. Fra l’altro ho un album per loro nel cassetto. Ho sempre guardato ai padri della canzone: ma non trovo disdicevole sperimentare altri ambiti.
Con quale equilibrio, tra le responsabilità dello scrivere per bambini e l’«industria-Stilton»?
Bella domanda. Prima ho lavorato proprio da pubblicitario: dovevo inserire i neologismi del personaggio in ogni pezzo. Ma poi ho spostato quanto ottenuto su naturalezza e cantabilità. Perché i bambini, se non metti il cuore, se ne vanno.
Passiamo alla sua ricerca, sfaccettata assai: dopo l’esordio, elettronica e canzoni in milanese. Perché?
Perché anche se le mie cose funzionano chitarra e voce, nell’inciderle sento il dovere di capire se dietro lo scrivere di getto c’è qualcosa in più. Nelle parole e nelle potenzialità della musica. In Fotosensibile cerco di sdoganare, per quanto possibile, la canzone d’autore in una prospettiva pop di classe.
A chi si rivolge il suo percorso?
Sa che non ci penso? Scrivo per me, vorrei che il pubblico mi apprezzasse per quello che sono.
Intervista di Andrea Pedrinelli – AVVENIRE
Intervista fotosensibile dal blog AURELIO VALESI vai al link:
http://aureliovalesi.splinder.com/tag/claudio+sanfilippo